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per acquistare: 
 
 
 
 
 
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Nota editoriale di  
Felice Scipioni che ha pubblicato il libro nel 1999 
 
Il dattiloscritto oggetto della presente pubblicazione mi e pervenuto nell'estate 1998 da parte dell'architetto napoletano Nicola Pelliccia, ti- no ad allora a me sconosciuto. E'questo il nome vero di Griffolin da Monte Castro. Accompagnava il dattiloscritto una lettera nella quale il Pelliccia mi ragguagliava di un sogno avuto qualche mese prima: Dante m persona gli sarebbe comparso, rivolgendosi a lui non come Nicola Pelliccia ma come Griffolin da Monte Castro. . In questa visione Dante racconta non solo la sua personale vicenda erotico-pornografica - al cui confronto le nostre odierne scrittrici eroti- che di moda passerebbero per educande novizie - ma anche puntuahz- za che era tutta ali' interno dei versi del suo poema. Dopo questa ispirazione, che cosa ti combina l'architetto? Va a verificare la "realtà" del suo sogno e, attraverso gli stessi versi contenuti nelle tré cantiche della Divina Commedia, ricostruisce minu- ziosamente quello che ha visto e sentito narrandone gli orgiastici ac- coppiamenti e le pomografiche perversioni. . A questo punto alcuni lettori, in anteprima, delle bozze che costitui- scono il presente testo, si son chiesti se "sotto il velame de li versi strani" collezionati dal Pelliccia e che narrano la sua visione onirica che ha dato origine a L'altra Commedia, ci sia il vero ammus lussurio- so di Dante o il tutto è soltanto la conseguenza di un erotismo totalizzante dello stesso Griffolin-Pelliccia.  
 
f. s.  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
     L’Altra Commedia è una composizione formata     esclusivamente con versi tratti dalla Divina Commedia  ed aggregati, come in un  puzzle, a riformare, sotterraneamente nascosto in essa, un racconto ad  usum  Delphini, amorale, oltremodo pregnante, sfacciato e pornografico, reso ancora più crudo dai versi danteschi sempre forti, corrosivi e talora estremamente osceni . 
     Con una comicità goliardica, licenzioza, triviale e sguaiata, descrive  le fantastiche prestazioni selvagge, oltre  il limite della perversione, dello stesso Dante così come il Sommo narra in sogno all’autore (cui si rivolge  qual Griffolin da Monte Castro) dopo avergli confessato (SIC!) un’avvenuta  conversione (?!) eterosessuale. 
     Voli pindarici da l’un a l’altro verso , legati tra loro minuziosamente e creativamente, descrivono ora materialmente, ora metaforicamente, un fantasmagorico lussurioso ed incredibile mare magnum erotico talora comico, talora surreale. 
     Si viaggia sballottati tra la satiriasi di Dante e la ninfomania di Beatrice con strabilianti superprestazioni sessuali di ogni tipo attraverso il graffiante linguaggio dantesco che, realisticamente “volgare”, presenta azioni molto scabrose, sboccate e pungenti come tanti aghi  che la trasgressiva fantasia erotica di tal Griffolin da Monte Castro, è riuscita, verso per-verso, a  mettere insieme ad hoc ritrovandoli nel pagliaio dei versi delle tre cantiche. 
PRESENTAZIONE de “ L’altra Commedia” 
 
   Nel marzo del 1995, per mille lire, ho acquistato un’edizione economica di sole cento pagine di tutta la Divina Commedia e da allora  essa è stata, alla lettura, mia compagna per più di un viaggio dei miei numerosi (non sembrandomi vero di poter portarmela  in  tasca,  nel  ricordo  dei  tre ponderosi volumi studiati al liceo più di trent’anni prima). Questo leggere e rileggere e rigustare il poema ha sortito uno straordinario fantascientifico effetto.  
  Sempre in viaggio, una notte, ho sognato il  Sommo Dante che andava raccontando di  una sua personale vicenda sconosciuta a tutti e che  Lui aveva addirittura celato sotto il velame dei versi del suo poema...: al risveglio, il ricordo della trama  dell’ordito  mi era molto chiaro  nelle sue tappe fondamentali e un sopito spirito goliardico si è risvegliato prepotentemente per cui mi son messo con viva curiosità  a  ricercare se fosse vera la rivelazione che essa era nascosta (?!) nel poema; ed in effetti tantissimi versi, enucleati  ed adeguatamente riassemblati, rappresentavano molto bene   le vicissitudini confessatemi in sogno qual Griffolin da Monte Castro: il raptus ininterrotto della ricomposizione è durato per circa un anno. 
Ho inviato a vari editori questa mia goliardata proponendo di non segnalare da quale cantica, canto e  verso del poema era tratto il verso da me stralciato e ricomposto, questo perchè mi era venuta l’idea di stuzzicare il lettore e risvegliargli l’amore per Dante (il cui studio   al liceo è ormai davvero ben poca cosa!) con un metodo adeguato all’andazzo dei tempi e dei costumi. 
L’editore avrebbe dovuta venderla con allegati in omaggio la Divina Commedia (edizione da mille lire) ed una scheda per la trascrizione della loro individuazione (cantica, canto, verso) nel poema,  mettendo in palio la vincita sicura di un determinato numero di egual premi in denaro oltre a sorteggiare altri premi di minore entità in funzione del numero delle copie vendute.  
Si sarebbe dovuto leggere tutta l’opera e più di una volta per individuare l’esatta posizione dei versi e trascriverla sulla scheda  per vincere la posta in palio e così, anche se inconsciamente, trasversalmente qualcosa  del sommo Dante sarebbe pur dovuta restare per sempre al lettore! 
L’editore Scipioni è stato l’unico che mi ha risposto ma non ha accettato la mia idea e ne ha stampate nel 1999 (con l’indicazione della posizione dei versi nel poema), più copie a più riprese per una sola edizione riservandosene i diritti per cinque anni. 
Scaduti i cinque anni ora sono rientrato in possesso dei miei diritti d’autore per cui a tutti gli effetti posso dire che questo è finalmente 
 
“IL MIO LIBRO” 
 
ALCUNE ALTRE NOTE SU  “L’ALTRA COMMEDIA” 
 
 
purgatorio -   8 - o19           “Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, 
purgatorio - 24 - o47             se nel mio mormorar prendesti errore:     
paradiso    - 13 - o95                    ch’el fu re, che chiese senno 
paradiso    - 13 - o96            acciò che re sufficiente fosse;  
paradiso    - 13 - o89             dunque, come costui fu sanza pare, 
paradiso  - 13 - o94           non ho parlato sì, che tu non posse 
paradiso    - 13 - 137             correr lo mar per tutto suo cammino, 
inferno      - 30 - o15             sì che  ‘nsieme col regno il re fu casso.” 
 
             
IL  RE  DI CUI  SI  NARRA? 
                   
inferno      - 28 - o83            Non vide mai sì gran fallo... 
purgatorio  - 5  - o14        sta come torre ferma, che non crolla, 
inferno      - 28 - o69        ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia 
inferno      -   1 - o47        con la test’alta e con rabbiosa fame, 
inferno      -   1 - o48        sì che parea che l’aere ne temesse. 
inferno      - 21 - o31           Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero! 
inferno      - 21 - o32        e quanto mi parea ne l’atto acerbo! 
 
 
ED IL  REGNO ? 
                    
purgatorio - 19 - o31                              e dinanzi l’apria 
purgatorio - 19 - o32             fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre: 
paradiso    - 31 - o97          “Vola con li occhi per questo giardino; 
paradiso    - 31 - o98             chè veder lui t’acconcerà lo sguardo 
paradiso    - 31 - o99         più al montar per lo raggio divino. 
paradiso    - 23 - o73           Quivi è la rosa... 
purgatorio - 15- o77                                 ... ed ella pienamente 
purgatorio - 15- o78             ti torrà questa e ciascun’altra brama, 
inferno      - 10 - o18             al disio ancor che tu mi taci. 
purgatorio -   2 - 109                Di ciò ti piaccia consolare alquanto 
purgatorio -   2 - 110            l’anima mia... 
inferno      -   2 - o68         con ciò ch’a mestieri al suo campare”. 
 
         PREMESSA  INDISPENSABILE 
 Quando nel 1961 mi iscrissi all’università era usanza goliardica che all’inizio dell’anno accademico gli universitari più anziani, e maxime quelli fuoricorso, andassero a caccia negli atenei delle imberbi matricole per fargli il PAPIELLO cioè rilasciargli il lasciapassare-salvacondotto che lo esentava così da future spese per abbuffatte al bar richieste da altri universitari. Era più salutare pertanto che il papiello uno se lo facesse fare  dagli amici già universitari con una festa di antica tradizione goliardica in cui era lecito usare in pubblico un linguaggio scurrile e triviale con licenziosi disegni osè di donnine nude, battute allusive o direttamente “sporche” accettate da tutti: giovani (risate a crepapelle), anziani (risate sotto i baffi), donne e studentesse (gridolini sommessi). 
 Questo spirito goliardico oggi non c’è più, tanto meno quella sana competizione al liceo di cimentarsi ogni giorno in tutte le materie con la mente sempre attenta a cogliere parafrasi, metafore, sottintesi, giochi di parole o matematici.  
 Ad immediato ricordo: 
 
“La moneta dei latini?” -Sesterzo!-  
                                 “Sesterzi? Se sterzi, vai fuori strada!” 
“Cos’è quel ch’i’ odo?”(*) - E’ ‘na semmenzella! (**)  
“Chi si darà da fare tra sette minuti?” 
                                 - Tra sette minuti? Ma Biancaneve!  
“ Quando un dì ci rivedremo, a che ora ci rivedremo?” 
                                         - Un dì dici?  Alle undici!- 
 Si inviavano i dischi delle canzoni allora in auge, con la traduzione, alla propria corrispondente... (io ne avevo addirittura due, Lenie olandese e l’altra, Michelle, francese ) o si traduceva dal napoletano al latino: Velim redire ad te per solam horam Neapolis mea, ut possim te amplectari, ut possim te osculari… Ista feber qui unquam me relinquit...   (versione di “Vurria”)                  
Quell’estate del diploma, in attesa del papiello, l’ho trascorsa sbracato in giardino al fresco sganasciandomi dalle risate con il “Don Chisciotte della Mancia” alternato alla rilettura (guastandola veramente a pieno) di tutti i canti della “Divina Commedia” senza l’assillo del “doverla studiare” 
______ 
 
 * (in Dante) **- (in napoletano: piccolissimo chiodo) 
 
 
compendio delle vicissitudini confessatemi in sogno  
 
  Nel mezzo del cammin di sua vita, Dante decide per la sua iniziazione etero-sessuale (!?) facendosi guidare nella valle di Epicuro, dimora delle “belle di giorno” fiorentine.  
  Qui viene individuato da Beatrice che se lo porta in luogo riparato, e, tutta vogliosa, lo invita a far di sè la sua voglia contenta ed a rivolgersi al suo bel giardino che sotto... s’infiora, dove  troverà la rosa che gli torrà tutte le sue brame. Indi lo fa tutto discoverto gridando “qual maraviglia!” prega ch’ella ne sia consolata  mostrandosi a sua volta senza alcun velo tutta, da’ colli a le foci. 
Dopo aver ammirato e descritto quelle terrene luculente e carnali bellezze, Dante finalmente consuma l’impresa  che fu nel cominciar cotanto tosta, avvedendosi  che il trapasssar dentro è leggero! Poi, disioso ancora a più letizie manifesta un’ulteriore voglia e Beatrice, subito acquiescente, lo invita con un: ”Viemmi retro!”; cosicchè Dante, esortato il suo miracolo a surgere, anzi a  farsi più addorno, ed ad armarsi di fortezza, subito esaudito, penetra  nel  cerchio secondo, che men loco cinghia. Come procede innanzi da l’ardore, smarrito s’arresta pur fermo e duro, ma Beatrice felice lo esorta a procedere nell’impresa fugando le sue perplessità , che tanto le piace quanto più turge!  
  Per saziare l’antica fame che non se ne sazia  il Nostro si dà  da fare ininterrottamente per tre giorni e tre notti, fino all’alba del quarto, con rinnovata lena, senza stancarsene, che or vien quinci e or vien quindi: e muta nome perchè muta lato uscir del primo e risalire in suso! 
 Viene coinvolto sopraffatto e spossato dalla voracità di sesso della sua compagna, che lo fa  per più anni macro, e così tanto, da farglielo diventare tutto ammencito  che se ‘l vero è vero, tra le gambe pendevan le minugia!  
  A nulla valgono gli innumerevoli tentativi di Beatrice che si anfana con la lingua e con le ‘nfiata labbia in fame e ‘n sete , per cui l’argomento, al fin,  supin ricadde e più non parve fora! Alle doglianze di Beatrice per quello che per sua difalta le dimorò poco nel giardino  e che luce del ciel di sè largir più non vole, Dante considera opportuno che  pur convien che novità risponda.  Chiede pertanto alla sua donna se la sua giusta voglia non si possa soddisfar con altra spesa perchè lui intenderebbe rivolgersi al suo precedente amico, Stazio, che facendo le sue veci,  può dar ciò che lei brama nella speranza che così anche  il  suo lume possa rinfiammarsi.  
  Beatrice  conviene che non si falla se  il lume di Dante con altra matera si converte  se questo serve a farlo tornare alle sue rote, visto che  voglia assoluta non consente al danno. 
  Pur  con voglia accesa e spenta  Dante allora si reca da Stazio, gli ricorda e gli ripropone l’antica dedizione e sottomissione, gli confessa che il suo lume è scemo e lo prega con vergognosa fronte di aiutarlo nel soddisfare la “sua vedovella” che gli darà piacere essendo disposta ad albergare Stazio nel suo dolce ostello. Stazio, abbandonato da Dante quando gli aveva manifestato il desiderio di essere fatto  del suo valor sì fatto vaso, chiede, nel caso che a Dante gli si risollevi, di poter avere finalmente ciò che a suo tempo lui gli aveva negato e quindi considera doppiamente utile che gli converrà vincer la pugna: pertanto il gir gli piace ed è accolto con gioia e calorosamente da Beatrice con cui subito si congiunge sotto gli occhi di Dante.  
  Il quale, pur fremendo e soffrendo nel veder usurpato il loco suo, il loco suo, il loco suo..., a poco a poco diventa contento nei  pensieri contemplativi; e del sentire e del vedere e del fare durante il loro amplesso coglie buon frutto della loro dimora: gli si risvegliano i segni dell’antica fiamma ed assiste alla sua sperata anabiosi, perché come albero in nave si levò! Beatrice, tutta contenta nel vedere quel bello e forte  arnese  tanto splendido ed  assai più là che dritto non volea, prorompe in “Godi tu che vinci!” vi si insedia sopra come a candellier candelo ed addirittura girando sè come veloce mola! si scatena in una intensa, morbosa ed ossessiva prestazione da cui Dante non esce però ancora satollo perché pur essendo stato  cinque volte racceso e tanto casso il suo risvegliato lume  signoreggia e va con la testa alta ancora!  
  Per cui Beatrice, in preda ad escalation erotica, pregando che Stazio le venisse retro non vuole aver negata l’esperienza di  due stole nel beato chiostro, e così, goduriosa, intende questo e quello.  Dante, per sdebitarsi con Stazio, gli deve largire  il pasto di cui lo stesso  avea il disio da sì lungo tempo dandogli così il primo sigillo a sua religione e poi, a sua volta, riprende dattero per fico; questa volta però  lui è mezzo, con  Beatrice davanti, la quale coglie in questo nuovo rapporto un frutto  assai più fero e maggio!  
  Questo triforme amor, procede così  tutto libero a mutar convento con Beatrice  che mai non empie la bramosa voglia di sesso, per cui rimangono entrambi affranti e inducono Stazio, che oramai comanda la tresca, a soccorrerla con altri  campioni che poi non si dimostrano tali per molto ; per cui vengono rimpiazzati da altri ed altri ancora; Dante fa quel che può, spesse volte è tacito e desto, di giorno in giorno più di ben si spolpa, e quando i cari e lucidi lapilli terminarono gli angelici squilli, poi che  di riguardar fu pasciuto, abbandona Beatrice e  Stazio alla loro strada restando solingo più che strade per diserti rifatto  puro e disposto a salire a le stelle. 
 
nicola pelliccia 2008 
     
 
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